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Mondi aperti, vite possibili: la libertà negli open world

  • Dino Cioce
  • 22 dic 2025
  • Tempo di lettura: 8 min

Quante vite posso vivere grazie ai videogiochi? Il concetto stesso di vita digitale nasconde un sottotesto etico fatto di scelte e conseguenze che forniscono un assist a quel desiderio di libertà altrimenti precluso nella vita reale.

C'è un momento preciso in cui un gioco open world ti prende davvero. Non è quando completi la prima missione o quando sblocchi una nuova abilità. È quel momento in cui ti fermi su una collina e guardi l'orizzonte. Vedi montagne in lontananza e ti chiedi cosa ci sia dall'altra parte. Scorgi le rovine di un edificio e decidi che ci andrai, anche se la missione principale ti aspetta altrove (e sai benissimo che le ore di gioco scorreranno inesorabili). È in quel preciso istante che capisci: questo mondo non è solo uno sfondo per una storia scritta da altri, un palcoscenico dove mettere in scena il gameplay. È un luogo che puoi abitare.

Gli open world hanno trasformato il modo in cui pensiamo ai videogiochi proprio perché hanno ribaltato la domanda fondamentale. Non più "cosa devo fare?" ma "cosa voglio fare?". E questa differenza apparentemente sottile cambia tutto. Trasforma il giocatore da spettatore attivo a vero abitante di uno spazio digitale, dove siamo artefici del nostro destino virtuale. Un abitante con responsabilità e possibilità che vanno ben oltre il semplice premere bottoni al momento giusto.

Il treno dei ricordi mi porta a quella frase emblematica che, se parametrata all’esperienza di una vita, vale ben più di quello che sembra. A quando Link si sveglia all'inizio di Breath of the Wild ed esce dalla Caverna della Resurrezione. Perso nel mio “e mo’ dove vado?!” perché il gioco non ti dice dove andare. Ti mette davanti a un paesaggio sterminato e sussurra: "Hyrule è tutta lì fuori. Vai dove vuoi". È proprio in quel disorientamento iniziale che nasce qualcosa di magico. Il mondo smette di essere un puzzle da risolvere secondo le regole di qualcun altro e diventa un territorio da conoscere secondo i nostri ritmi e le nostre priorità.

La grammatica della scoperta

Esplorare un open world non è come visitare un museo seguendo il percorso obbligato. È più simile a perdersi in una città sconosciuta e trovare una piazzetta nascosta che non compare su nessuna guida turistica. Quella piazzetta diventa tua in un modo che un monumento famoso non potrà mai essere. Perché l'hai scoperta tu. Perché ci sei arrivato per caso mentre cercavi altro.

The Legend of Zelda: Breath of the Wild rappresenta questa dinamica meglio di molti altri giochi. Non ti riempie la mappa di icone e punti esclamativi, ma ti lascia guardare l'orizzonte e notare un dettaglio strano, una luce particolare, una formazione rocciosa insolita. E quando arrivi lì e trovi un santuario nascosto o un korok che ti aspetta, la soddisfazione è autentica. Non hai seguito un indicatore sullo schermo. Hai osservato il mondo e hai capito dove guardare. Questa è la vera magia dell'esplorazione negli open world. Non si tratta solo di coprire percentuali di mappa o di raccogliere collezionabili, si tratta di imparare a leggere un paesaggio, di capire che se vedi tre alberi in cerchio probabilmente c'è qualcosa di interessante al centro, di notare che le rovine antiche hanno sempre qualcosa da raccontare. Il mondo diventa un testo da interpretare e tu diventi bravo a decifrarlo.

No Man's Sky porta questo concetto all'estremo cosmico, allargando notevolmente i confini del mondo di gioco: diciotto quintilioni di pianeti da esplorare. Un numero così grande da essere quasi incomprensibile. All'inizio può sembrare eccessivo: Cosa te ne fai di infiniti mondi quando ne puoi visitare solo una minuscola frazione? Ma è proprio in quella vastità che si nasconde una verità profonda: il viaggio conta più della destinazione. Ogni pianeta che visiti è unico, non perché sia oggettivamente migliore degli altri ma perché è quello che hai scelto tu in quel momento. La montagna viola su cui hai piantato una bandiera, l'oceano tossico che hai attraversato per raggiungere una stazione commerciale. Sono tuoi perché li hai vissuti. E poi c'è la meraviglia pura, ovvero quella sensazione di atterrare su un pianeta e trovare creature impossibili che fluttuano nell'aria o foreste bioluminescenti che brillano nella notte aliena. Non sapevi che esistessero fino a un secondo prima, il gioco non te le aveva anticipate con un trailer o una cutscene. Sono lì e basta, in attesa che qualcuno le trovasse. E quel qualcuno, dulcis in fundo, sei tu.

Costruire è abitare

Ma l'esplorazione è solo metà della storia, l'altra metà riguarda quello che lasci dietro di te. I mondi open world più potenti sono quelli che ti permettono non solo di attraversarli ma di modificarli, di lasciarci la tua impronta, di trasformare uno spazio anonimo in un luogo che ha significato perché tu ci hai messo le mani.

Minecraft è l'esempio perfetto e forse più puro di questa idea. Quando inizi una nuova partita ti trovi in un mondo generato casualmente. Non c'è nulla di speciale in quella foresta o in quella collina, solo pixel disposti secondo un algoritmo. Ma poi cominci a costruire: prima una casa semplice per proteggerti dai mostri della notte, poi magari ampli e aggiungi una finestra, poi un secondo piano, poi una fattoria accanto. E, lentamente, quel posto anonimo diventa casa tua.

La bellezza di Minecraft sta nella sua onestà. Non ti racconta una storia epica su regni da salvare o destini da compiere. Ti dà blocchi e strumenti e ti dice: "Ecco. Ora vivi". E in quella semplicità apparente c'è una profondità incredibile. Perché costruire in Minecraft non è solo un passatempo, è un modo per dare forma alla tua presenza in quel mondo. Per dire "io sono stato qui e questo è quello che ho creato".

L'illusione della scelta e la verità della conseguenza

Ma la libertà nei giochi open world non riguarda solo dove andare e cosa costruire, riguarda anche chi diventare: le scelte morali che fai, il tipo di persona che decidi di essere in quel mondo virtuale. E qui le cose si fanno interessanti perché cominciano a sfumare i confini tra gioco e riflessione su noi stessi.

Red Dead Redemption 2 è probabilmente l'esempio più sofisticato di come un open world possa usare la libertà per esplorare temi morali complessi. Sei Arthur Morgan, un fuorilegge in un'America che sta cambiando: il West selvaggio sta morendo e con lui il tuo modo di vivere. Il gioco ti mette costantemente davanti a scelte: puoi aiutare gli sconosciuti che incontri per strada o derubarli, puoi salutare cordialmente le persone in città o minacciarle, puoi cacciare in modo sostenibile o massacrare interi branchi di animali.

E il gioco tiene traccia di tutto. La tua reputazione cambia in base alle tue azioni, le persone e gli stessi compagni di banda reagiscono e agiscono in modo diverso nei tuoi confronti. Ma la cosa più interessante è che anche tu cominci a vederti diversamente. Se hai passato ore a giocare in modo onorevole, aiutando i bisognosi e cercando di fare la cosa giusta nonostante la vita da criminale, quando poi il gioco ti mette davanti a una scelta difficile senti il peso di quella reputazione che ti sei costruito. Non vuoi deludere l'Arthur che hai creato con le tue azioni.

Questo è il punto in cui l'open world diventa qualcosa di più di un semplice videogioco, diventando uno spazio per sperimentare versioni diverse di te stesso, per vedere come ti comporti quando le conseguenze pur non reali sono comunque significative, quando nessuno ti giudica tranne te stesso e i personaggi digitali che hai imparato a considerare importanti.

I videogiochi offrono, dunque, un terreno particolarmente fertile per l’elaborazione simbolica. Nel libro Da pixel a paradigma. Il potere trasformativo dei videogiochi, si sottolinea come

«il personaggio possa incarnare archetipi molteplici e talvolta contraddittori, generando trame complesse e stratificate».

Queste narrazioni, prosegue il testo,

«aprono la possibilità di integrare diverse parti di sé – anche quelle più ambigue o contrastanti – offrendo spazi espressivi in cui il soggetto può riconoscerle, affrontarle e dar loro voce» [1].

Attraverso il personaggio principale, il videogioco mette così il giocatore di fronte a dilemmi morali ed etici che non restano astratti, ma vengono vissuti in prima persona. Un esempio emblematico di questo meccanismo narrativo è rappresentato dai due capitoli di The Last of Us. Nel primo capitolo, nei panni di Joel, il giocatore attraversa un percorso di riscoperta emotiva che culmina in una scelta radicale: fino a dove siamo disposti ad arrivare per amore? Nel secondo capitolo, invece, l’esperienza si sposta sul dolore di Ellie, dove quelle stesse tensioni vengono portate oltre, in una dimensione ancora più cruda, alimentata dalla rabbia e dal desiderio di vendetta. Il gioco insiste così nel porre interrogativi scomodi: dove si colloca il limite? E quanto siamo davvero in grado di governare le nostre pulsioni distruttive?

L'orizzonte che continua a chiamare

Gli open world continueranno a evolversi. Diventeranno più grandi, più dettagliati, più complessi. Forse la realtà virtuale li renderà ancora più immersivi. Forse l'intelligenza artificiale creerà NPC più credibili e reattivi. Ma quello che rimarrà centrale è l'esperienza fondamentale: uno spazio vasto da esplorare, la libertà di scegliere il proprio percorso, la possibilità di lasciare tracce del proprio passaggio. Perché alla fine è questo che cerchiamo in questi mondi digitali: non la fuga dalla realtà ma uno spazio dove sperimentare cosa significa essere liberi, dove le conseguenze sono abbastanza reali da avere significato ma non così definitive da essere paralizzanti, dove possiamo costruire e distruggere e ricostruire, dove possiamo essere esploratori, o costruttori, o combattenti o tutte queste cose insieme.

Gli open world sono laboratori di libertà. Palestre dove esercitiamo muscoli che poi usiamo nel mondo reale: imparare a fare scelte, a convivere con le conseguenze, a bilanciare autonomia e responsabilità, a collaborare verso obiettivi comuni e a prendersi cura degli spazi che abitiamo.

E quando poi spegniamo la console e usciamo di casa, forse guardiamo il mondo reale con occhi leggermente diversi. Forse vediamo più possibilità. Forse ci sentiamo un po' più liberi di scegliere il nostro percorso. Forse capiamo meglio che anche qui, come in Breath of the Wild, l'orizzonte è pieno di possibilità e sta a noi decidere quale esplorare per prima. Il mondo reale è l'open world definitivo. Non ha nemmeno un inventario limitato o punti vita. E anche se non possiamo salvare prima delle scelte difficili, possiamo portarci dietro qualcosa di quello che abbiamo imparato abitando mondi possibili. La fiducia che possiamo esplorare, la certezza che possiamo costruire, la consapevolezza che le nostre scelte contano e la meraviglia di scoprire che dietro ogni collina c'è sempre qualcosa di nuovo che aspetta di essere trovato.

Lasciamoci con una rassicurazione, perché la facilità con cui si scivola in questi mondi digitali talvolta attira paure più o meno razionali. Nel volume Videogiochi per genitori ed educatori. Spunti per un’educazione digitale consapevole, questo timore viene letto alla luce del concetto di "nuova normalità": le modalità attraverso cui ragazze e ragazzi costruiscono identità, autonomia e competenze passano oggi anche da spazi digitali che molti adulti faticano a riconoscere come legittimi [2].

In questa prospettiva, creare, scegliere, sperimentare e assumersi conseguenze — anche all’interno di un videogioco — contribuisce a rafforzare una sicurezza di base fondamentale nel percorso di crescita: la percezione di essere capaci di agire, di incidere, di fare. Il videogioco può così diventare uno spazio relativamente sicuro in cui mettersi alla prova, allenando un “muscolo” che non resterà confinato allo schermo, ma servirà “da motore” per i cittadini di domani.

Note

[1] Maurino M., Giorgetti N., Gullone M., Pompilio F., Da pixel a paradigma. Il potere trasformativo dei videogiochi, Blonk Editore, 2025, p. 69.

[2] Maurino M., Naldini S., Videogiochi per genitori ed educatori. Spunti per un’educazione digitale consapevole, Blonk Editore, 2023, cap. 1, in particolare par. 1.3 “Tra ipocondria familiare e nuova normalità”.

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