Dal salotto di casa al mondo esterno: “Tu non sarai mai solo”
- Dino Cioce
- 14 ore fa
- Tempo di lettura: 7 min
I videogiochi sono in grado di costruire comunità reali in mondi virtuali, in grado di superare le barriere dello spazio e del tempo e resistere alle pressioni e alla tossicità del mondo reale?

Quando lanci Minecraft in modalità single player, e passi ore a costruire la tua casa perfetta in cima ad una montagna, pensi di essere solo. Ma non lo sei davvero. Anche in quel momento stai attingendo a un oceano di conoscenze condivise: hai guardato tutorial su YouTube per capire come funzionano i redstone o hai cercato su Reddit la migliore farm di ferro. Forse stai ricreando uno stile architettonico che hai visto in un video di un creator famoso, o magari stai costruendo qualcosa che poi posterai su Instagram per mostrarlo ai tuoi amici.
Il gaming non è mai stata un'attività solitaria, nemmeno quando lo sembra. Anche i momenti più intimi passati davanti a uno schermo sono intrecciati con una rete invisibile di riferimenti culturali e pratiche condivise che appartengono a milioni di altre persone. Ma è con i giochi online che questa dimensione esplode in tutta la sua potenza: clan che si formano e si sciolgono come onde, gilde che durano anni, amicizie che nascono tra sconosciuti che non si sono mai visti in faccia. E conflitti, tanti conflitti.
Esploriamo assieme come il gaming costruisca reti autentiche di appartenenza e collaborazione e come ci insegni molto più di quanto pensiamo su fiducia, comunicazione e gestione dei rapporti umani.
La comunità invisibile: anche da soli siamo insieme
Pensa a quando giochi a un qualsiasi videogioco anche offline. Stai usando meccaniche che qualcuno ha progettato, strategie che altri giocatori hanno scoperto e condiviso, meme e riferimenti che circolano nelle community. Quando costruisci una struttura elaborata in Minecraft Realms (estensione server multigiocatore di Minecraft, Mojang Studios, 2014) non stai solo impilando blocchi: stai partecipando a un linguaggio architettonico condiviso da milioni di builder in tutto il mondo.
Ogni videogioco porta con sé una cultura. Una serie di codici non scritti ma compresi da chi fa parte di quella comunità. In Animal Crossing (serie di videogiochi simulatori di vita, Nintendo, a partire dal 2002) per esempio esiste una gentilezza implicita: non corri sulle aiuole degli altri giocatori, non prendi la frutta senza chiedere, lasci regali quando visiti le isole altrui. Queste regole non sono nel codice del gioco ma nel tessuto sociale che i giocatori hanno costruito insieme nel tempo.
È come imparare una lingua. Puoi studiare da solo ma stai comunque entrando in un sistema condiviso da milioni di parlanti. Ogni termine tecnico che usi ogni strategia che applichi è parte di un patrimonio comune, che viene continuamente arricchito da tutti coloro che giocano.
Navighiamo controtendenza, visto che vi sono degli studi hanno dimostrato come le tecnologie, comunemente intese, tendono a ridurre nei ragazzi la propensione alla socialità. Come raccontiamo nel nostro libro Da Pixel a Paradigma, il progetto EduGamers nasce proprio per enfatizzare la dimensione relazionale ancorché si lavori con degli strumenti digitali. Nel tempo sono state avviate le Gaming Zone, ovvero spazi in cui la socialità, per il tramite del medium videoludico, torna ad essere il fondamento dello stare insieme. In questi luoghi, le generazioni si “fondono”. L’adulto e l’adolescente/infante, come ricordiamo nel nostro libro Videogiochi per genitori ed educatori, trovano uno spazio di condivisione in cui parlare la stessa lingua e poter, quindi, lavorare in un ambiente dove le cd. “barriere” sono abbassate e le relazioni si muovono in maniera più agevole.
Amicizie vere in mondi digitali
Ma è quando il gaming diventa esplicitamente multiplayer che la magia sociale si manifesta nella sua forma più potente. Qui nascono amicizie che sfidano ogni definizione tradizionale di cosa significhi conoscere qualcuno. Hai mai avuto un compagno di squadra con cui hai giocato centinaia di ore senza mai aver visto la sua faccia? Qualcuno con cui hai condiviso vittorie esaltanti e sconfitte brucianti ma di cui non conosci il vero nome?
Queste relazioni sono reali, profondamente reali. Quando giochi a Valorant (sparatutto in prima persona multigiocatore, Riot Games, 2020) o Overwatch (sparatutto in prima persona multigiocatore, Blizzard Entertainment/Activision, a partire dal 2022) con lo stesso gruppo, sera dopo sera, impari a leggere le persone in modi che a volte nemmeno i rapporti faccia a faccia permettono. Riconosci il tono della voce quando qualcuno è frustrato, anche se non lo dice apertamente. Sai quando il tuo tank preferito sta per fare una mossa azzardata, solo dal modo in cui si muove sulla mappa. Sviluppi una sintonia che va oltre le parole.
Le amicizie nate nel gaming hanno una qualità particolare: spesso nascono intorno a obiettivi condivisi e si cementano attraverso sfide superate insieme. Non c'è quella pressione sociale del doversi presentare bene che esiste negli incontri dal vivo. Le persone si aprono diversamente quando l'anonimato parziale abbassa le barriere dell'autocensura.
Clan, gilde e tribù digitali: l'appartenenza moderna
Fare parte di un clan o di una gilda nel gaming è un'esperienza che ricorda le tribù ancestrali ma adattata al ventunesimo secolo. È un gruppo di persone che condivide obiettivi valori e un'identità comune, spesso con gerarchie e ruoli definiti, e come ogni gruppo umano può essere fonte di grande supporto o di drammi memorabili.
Quando entri in una gilda ben gestita in World of Warcraft (gioco di ruolo multigiocatore in rete di massa (MMORPG), Blizzard Entertainment, 2004) non ti stai solo unendo a un gruppo di giocatori casuali. Stai entrando in una micro-società con le sue tradizioni, le sue battute interne, i suoi eroi e i suoi villain. C'è il master loot che tutti rispettano perché è giusto ed equo, c'è quello che fa sempre le battute stupide durante i raid e che tutti amano per questo, c'è la coppia che si è formata in game e ora è sposata nella vita reale, c'è il veterano che ha visto nascere e morire cento gilde e che porta saggezza e storie epiche.
Ma non tutte le esperienze di gruppo sono idilliache. Ogni giocatore che ha fatto parte di un clan o di una squadra competitiva ha storie di drammi interni che farebbero invidia a una soap opera. Il leader autoritario che trasforma il divertimento in un secondo lavoro, i litigi per il loot che spaccano amicizie lunghe, le accuse di tradimento quando qualcuno passa a un clan rivale e la tensione quando le performance individuali non sono all'altezza delle aspettative del gruppo.
Questi conflitti però non sono bug del sistema sociale del gaming: sono feature. Perché è attraverso i conflitti che impariamo a gestire le relazioni umane complesse. Quando devi mediare tra due membri del tuo clan che litigano per una strategia di gioco stai sviluppando competenze di diplomazia. Quando devi decidere se essere leale al tuo gruppo o seguire la tua ambizione personale stai facendo i conti con dilemmi etici reali.
Il lato oscuro: tossicità, esclusione e come affrontarli
Sarebbe disonesto parlare della dimensione sociale del gaming senza affrontare il suo lato oscuro. Le community online possono essere luoghi di enorme tossicità: insulti razzisti e sessisti, bullismo sistematico, esclusione basata sul genere, l'età o il livello di abilità. Queste sono realtà che chiunque abbia passato tempo in giochi online conosce fin troppo bene.
La tossicità nel gaming nasce da una combinazione di fattori: l'anonimato che abbassa le inibizioni, la competitività che porta fuori il peggio di alcune persone, la frustrazione che si accumula quando le cose vanno male. E purtroppo alcuni giochi e alcune community sono peggiori di altre. I giochi competitivi tendono fisiologicamente ad attrarre più tossicità perché le “poste in gioco” percepite sono più alte.
La gestione della tossicità è essa stessa un'abilità sociale che il gaming ti costringe a sviluppare. Impari quando vale la pena rispondere a un troll e quando è meglio semplicemente mutarlo. Impari a distinguere tra qualcuno che sta avendo una brutta giornata e qualcuno che è sistematicamente malintenzionato. Impari l'importanza di creare e proteggere spazi sicuri dove le persone possano giocare senza paura di essere attaccate.
E poi ci sono quei momenti di resistenza collettiva alla tossicità che sono davvero potenti. Quando una squadra casuale si unisce per difendere un giocatore che sta venendo bullizzato. Quando una community intera boicotta un giocatore professionista che si è comportato in modo inaccettabile. Quando developer e player si alleano per rendere le loro piattaforme più inclusive. Questi momenti mostrano che la dimensione sociale del gaming può essere una forza per il bene.
Quello che il gaming ci insegna sull'essere umani
Alla fine il gaming è uno specchio della condizione umana. Ci mostra il meglio e il peggio di noi stessi. La nostra capacità di collaborare verso obiettivi comuni e la nostra tendenza al conflitto. La nostra generosità nel condividere conoscenze ed esperienze e la nostra inclinazione all'egoismo quando ci sentiamo minacciati. Il nostro bisogno profondo di appartenenza e la nostra paura dell'esclusione.
Quello che rende il gaming così potente come spazio sociale è che comprime e intensifica queste dinamiche. In poche ore di gioco puoi attraversare emozioni ed esperienze relazionali che nella vita ordinaria richiederebbero settimane o mesi. Puoi sperimentare diversi ruoli sociali e provare diverse “versioni” di te stesso, imparare dai tuoi errori in un ambiente dove le conseguenze sono reali emotivamente ma reversibili praticamente.
Il gaming ci ricorda anche che la comunità non è qualcosa che troviamo ma qualcosa che costruiamo attivamente. Ogni volta che scegli di essere gentile con un giocatore più inesperto invece di insultarlo stai costruendo comunità. Ogni volta che organizzi un evento per la tua gilda o aiuti qualcuno a completare una quest difficile stai costruendo comunità. Ogni volta che ti opponi alla tossicità e crei spazi più inclusivi stai costruendo comunità.
E forse la lezione più importante è che l'appartenenza non richiede la presenza fisica. Richiede presenza emotiva, investimento di tempo e volontà di essere vulnerabili con gli altri. Richiede di mostrarti come sei con i tuoi punti di forza e le tue debolezze e di accettare gli altri nella stessa maniera. Richiede di celebrare insieme le vittorie e di sostenersi nelle sconfitte.



