Dal joystick al mondo: quello che i videogiochi ci insegnano senza volerlo
- Dino Cioce
- 10 dic 2025
- Tempo di lettura: 5 min

Esistono sempre un testo e un sottotesto, una forma e una sostanza. In ogni sessione di gioco, consciamente o inconsciamente, portiamo a casa qualcosa: piccoli insegnamenti che ci rendono persone più consapevoli. Nei videogiochi non esiste davvero la “scelta sbagliata”: c’è quella che, in quel momento, risponde meglio al nostro bisogno.
Accendiamo la console e premiamo start. Due gesti semplici che segnano l’ingresso in un mondo pensato per divertire e farci evadere. Eppure, sotto la superficie luminosa dello schermo, qualcosa di più profondo accade. Ogni videogioco che attraversa le nostre vite lascia tracce invisibili nel modo in cui pensiamo e percepiamo ciò che ci circonda.
Non parliamo solo dei cosiddetti serious games, progettati per educare o sensibilizzare. Il discorso è molto più affascinante e inquietante allo stesso tempo. Anche quando saltiamo su funghi rossi per salvare una principessa o costruiamo città fatte di blocchi, assorbiamo messaggi culturali. Le regole che governano questi universi digitali diventano lenti attraverso cui osserviamo la realtà.
La questione è semplice: i videogiochi non sono mai neutri. Ogni meccanica nasconde una filosofia, ogni sistema di punteggio propone una gerarchia di valori, ogni narrativa trasporta visioni del mondo che filtrano nella nostra coscienza mentre crediamo solo di “giocare”, premendo pulsanti colorati.
La geometria nascosta delle regole
Prendiamo un gioco apparentemente innocuo come The Sims. Era da poco sopraggiunto il nuovo millennio e, in quel periodo, i giocatori erano alla ricerca di una forma di evasione che fornisse loro una seconda vita da vivere (non a caso di lì a qualche anno uscì il fenomeno mediatico Second Life). Electronics Arts riuscì a colmare questa necessità, realizzando un simulatore di vita isometrico dove trovare un lavoro, comprare una casa, mettere su famiglia.
Controllando le vite virtuali dei nostri personaggi digitali, assorbiamo regole precise su come funziona la società, e il metamessaggio, dietro il gameplay, pesca a piene mani dalla realtà: hai bisogno di soldi per comprare oggetti, gli oggetti ti rendono felice, la felicità aumenta quando soddisfi bisogni in una gerarchia ben precisa, il lavoro genera denaro e le relazioni sociali seguono schemi ripetibili.
Questo sistema ludico non è una rappresentazione neutra della vita umana. È una visione specifica che privilegia il consumismo e la quantificazione del benessere. Il giocatore impara inconsciamente che la felicità si può misurare con una barra verde e che il successo equivale ad accumulare beni materiali. Non serve un manuale di istruzioni che spieghi che il gioco è generato da e sostiene il capitalismo consumista.
Saltando di palo in frasca, pensiamo a Dark Souls, capostipite del genere soulslike, dove la morte rappresenta una meccanica centrale - e non una punizione finale. Non è facile accettarne la logica, e io stesso ho faticato davanti alle opere di Hidetaka Miyazaki, in balia del ciclo di morte e rinascita. Eppure, ad ogni morte, il gioco mi insegnava qualcosa sul mondo e sui suoi pericoli, sapevo cosa non fare per non finire nel fallimento certo, con la consapevolezza acquisita che quella fisiologica frustrazione era parte integrante dell’esperienza vissuta. Pura filosofia esistenzialista, dove il fallimento non è l'opposto del successo ma parte integrante del percorso verso la comprensione.
Minecraft e la teologia del creatore
Minecraft è un caso straordinario di gioco sandbox che, pur sembrando totalmente neutro, veicola messaggi potenti. All’inizio mi sembrava solo un passatempo divertente in cui costruire cose con blocchi di vario materiale estratti dal mondo di gioco, in un'ambientazione costellata di pixel, con la possibilità aggiuntiva di lanciarsi in esplorazioni senza prevedere una meta precisa. Poi mio figlio, con la sua curiosità, mi ha mostrato un altro punto di vista.
Vedendolo giocare, ho capito che non stava solo costruendo: stava esercitando un potere creativo assoluto. Ogni albero può essere abbattuto, ogni montagna modellata. La natura diventa risorsa da usare, ma anche spazio da reinventare. Non ci sono conseguenze ecologiche per le nostre azioni estrattive, possiamo svuotare intere foreste e il gioco non ci punisce mai.
Ma esiste anche un altro livello di lettura. Minecraft celebra la creatività individuale e la possibilità di realizzare visioni personali senza limiti esterni imposti da altri giocatori (in modalità singola) o da obiettivi prestabiliti. È una forma di libertarismo ludico, dove l'unico limite è l'immaginazione del singolo. Non esistono regole sociali da rispettare o comunità da considerare, a meno che non si scelga deliberatamente di giocare in multiplayer.
Quando la violenza diventa linguaggio
La questione della violenza nei videogiochi è stata dibattuta fino allo sfinimento. Ma il punto non è se i giochi violenti rendano le persone violente, bensì quali modelli di risoluzione dei conflitti normalizzino.
In Grand Theft Auto la violenza non è solo una meccanica ma il linguaggio primario attraverso cui ci si relaziona con il mondo di gioco. Un problema? Spara. Un ostacolo? Investi. Una frustrazione? Esplodi. Il gioco crea un universo dove la forza bruta è sempre l'opzione più efficiente e spesso l'unica disponibile. Non è tanto un invito al crimine, quanto una rappresentazione del potere come sopraffazione.
All’opposto, Undertale offre la possibilità di risolvere i conflitti con empatia e comunicazione. Il gioco registra e ricorda le nostre scelte violente anche se ricarichiamo il salvataggio, ricordandoci che le azioni hanno sempre un peso. Insegna che la violenza è una scelta, non una necessità, e che lascia cicatrici permanenti nel tessuto del mondo e nelle relazioni. Giocando impariamo un vocabolario emotivo per risolvere conflitti che va oltre il semplice "elimina il nemico".
The Last of Us e l’etica della sopravvivenza
In questo excursus è impossibile non citare The Last of Us, capolavoro del game designer americano Neil Druckmann. Attraverso le sue meccaniche narrative e ludiche, il gioco pone domande morali complesse. Ogni decisione oscilla tra sopravvivenza e umanità, in un mondo dove l’amore può diventare egoismo, le scelte hanno sempre un peso, sia nell’immediato che nel medio-lungo periodo, e la salvezza di uno costa la rovina di molti. Il contesto post-apocalittico in cui si svolge spinge all'estremo l'esplorazione delle dinamiche della vita, trasformando l’esperienza in qualcosa di fortemente immersivo.
Il secondo capitolo si spinge ancora oltre: ci costringe a impersonare “l’altro”, chi prima consideravamo nemico, e a comprendere prospettive che prima ignoravamo. È un esperimento radicale sull’empatia come meccanica di gioco.
Un titolo come questo ci ricorda che la moralità è situazionale e complessa, che non esistono eroi assoluti, e che comprendere non significa necessariamente perdonare. Sono lezioni filosofiche profonde veicolate attraverso il medium videoludico in un modo difficilmente replicabile con la stessa intensità da un film o libro.
Conclusione: l’alba del giocatore consapevole
Mi chiedo spesso: dopo migliaia di ore con un controller in mano, cosa ho imparato davvero? Forse più di quanto immagino. I videogiochi non sono specchi passivi ma lenti attive che rifrangono la realtà secondo logiche precise. Riconoscerlo non significa smettere di giocare, ma farlo in modo più consapevole.
Ogni volta che premiamo start entriamo in un mondo costruito secondo regole che riflettono valori culturali. Possiamo accettarli o interrogarli, lasciarci plasmare o usarli per capire meglio il mondo in cui viviamo.
I videogiochi sono, a tutti gli effetti, una forma d’arte: ci parlano di libertà, responsabilità, fallimento e rinascita. Sta a noi decidere se restare spettatori o diventare giocatori consapevoli, capaci di trasformare il divertimento in un’occasione di crescita e riflessione.



