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Videogiochi come causa di violenza: facciamo chiarezza

Idea ancora oggi abbastanza diffusa è che alcuni videogiochi possano essere causa di comportamenti aggressivi e violenti. L’associazione di categoria degli psicologi degli Stati Uniti si è interrogata e ha studiato la questione, stabilendo la sua attuale posizione in merito qualche mese fa.

Gran parte dei videogiochi maggiormente utilizzati oggi - e, più in generale, l’85 % dei video games sul mercato - contiene una qualche forma di violenza. È quindi lecito porsi la domanda se esista o meno una correlazione tra videogiochi violenti e comportamento aggressivo nella realtà di tutti i giorni.

Ad approfondire tale questione ci ha pensato, tra gli altri, l’American Psychological Association (APA), l’associazione di categoria che rappresenta gli psicologi negli Stati Uniti d’America. Attraverso una serie di studi e relazioni scientifiche il pensiero dell’APA riguardo il rapporto tra videogiochi e violenza è cambiato nettamente nel corso degli anni, tanto da sviluppare una vera e propria letteratura.


Il dibattito su videogiochi e violenza si aprì in seguito ad alcuni eventi drammatici che scossero l’America, uno su tutti il massacro al liceo Columbine, nel Colorado, avvenuto nel 1999. Si venne a scoprire che i due giovani responsabili della strage, tra le altre cose, giocavano a videogiochi violenti. Solo più tardi verrà scartata l’ipotesi che questa attività potesse rientrare tra le cause che avevano spinto i due killer a compiere il massacro.

Nel 2005, in seguito a lunghe disamine, uno studio APA dichiarò la correlazione tra videogiochi violenti e comportamento aggressivo. Lo studio non intendeva far passare il messaggio che chi giocasse a video games violenti fosse un futuro criminale, ma che, come verrà poi ribadito nella risoluzione APA del 2015, il giocatore potesse avere una riduzione dei comportamenti socialmente desiderabili come quello prosociale, l’empatia e l’impegno morale. Dopo questi studi l’APA chiese al governo statunitense maggiori restrizioni per la vendita di videogiochi violenti e una maggiore sensibilizzazione sull'argomento nei confronti delle famiglie.


La posizione assunta dall'APA fu ripresa da molti media, anche in modo strumentale, per suffragare una vera e propria sentenza di condanna nei confronti dei videogiochi: "i video games causano violenza". In realtà, la ricerca in questione non stabiliva una relazione lineare di causa-effetto tra l'attività videoludica e gli atti violenti. Quello che emergeva era invece una probabilità di aumento di comportamenti aggressivi temporanei - e non criminali - in chi gioca a videogiochi violenti, se messo a confronto con chi si dedica a videogiochi di diverso genere.


La risoluzione fu duramente e apertamente criticata da circa 250 psicologi statunitensi che accusarono i ricercatori dell'APA di essersi basarsi su studi di laboratorio scollegati dalla vita reale e, soprattutto, di essere partiti dalle conclusioni per giustificarle, anziché viceversa come richiederebbe il metodo scientifico.


Altre prese di posizione, compresa quella dall’associazione di categoria dell’industria dei videogiochi negli Stati Uniti, l’ESA, puntarono il dito sul fatto che: “Durante l’era dei videogiochi, la violenza giovanile negli Stati Uniti e altrove è precipitata ai minimi, non aumentata come ci sarebbe aspettati se la risoluzione dell’APA del 2005 fosse stata corretta.”


Questo fu sicuramente un elemento al quale si appellarono coloro che si opponevano alla risoluzione APA, addirittura dall'interno della stessa associazione, come nel caso di un articolo apparso nel 2017 su Psychology of Popular Media Culture, una pubblicazione accademica che fa capo alla stessa APA.


Una revisione della posizione del 2015 è ufficialmente arrivata pochi mesi fa, quando il Consiglio dei Rappresentanti APA ha riunito una task force che è giunta alla conclusione che non ci siano prove scientifiche sufficienti per parlare di una relazione tra videogiochi violenti e comportamento aggressivo. "La violenza è un problema sociale complesso che probabilmente deriva da molti fattori che meritano attenzione da parte di ricercatori, responsabili politici e pubblico", ha affermato il presidente dell'APA Sandra L. Shullman, PhD, come chiarisce questo articolo. "Attribuire la violenza ai videogiochi non è scientificamente valido e distoglie l'attenzione da altri fattori, ovvero gli episodi di violenza reali a cui i soggetti sono sottoposti, che rimangono uno dei principali predittori di future azioni violente da parte dell'individuo".


Molti altri lavori confermano che il collegamento tra video games violenti e comportamento violento, in realtà, non esiste. Per tutti, segnaliamo uno studio del Max Planck Institute for Human Development pubblicato su Molecular Psychiatry secondo il quale neppure l'esposizione quotidiana a videogame violenti ha effetti a lungo termine sull'aggressività.


A meno di nuovi e sorprendenti ripensamenti in futuro, oggi uno dei tanti luoghi comuni sui videogiochi può essere considerato un capitolo chiuso: i videogiochi violenti non sono causa diretta di violenza e delinquenza. Quello che fa la differenza, come per molte altre cose, è il contesto in cui vive il giocatore. In un ambiente familiare non violento, i ragazzi che giocano a videogiochi violenti non diventano aggressivi o, tanto meno, assassini.