• Martina Gullone

Un videogioco per avvicinare nonni e nipoti: Nonna46 alla conquista di Minecraft

È credenza diffusa che le persone più in là con gli anni non siano né interessate, né capaci nei confronti della tecnologia digitale. Ma è proprio vero? Con Nonna46 abbiamo scoperto che il videogioco può costituire addirittura un aiuto per costruire e mantenere un rapporto con il nipote che abita lontano

Solitamente osserviamo molta diffidenza da parte delle persone più anziane (ma non solo) nei confronti delle nuove tecnologie e, soprattutto, nei confronti delle proprie capacità di capirci qualcosa e fruirne piacevolmente.

In controtendenza, diverse indagini sulle caratteristiche dei videogiocatori, in Italia e nel mondo, mostrano come sempre più persone ultra 65enni giochino ai videogiochi. Tra queste ve ne sono molte che sui loro canali Youtube e Twitch intrattengono centinaia di migliaia di follower, esprimendo abilità che fanno invidia a giocatori ben più giovani.

Apprendere a videogiocare in età avanzata non è allora così irrealistico: si tratta di mettere in funzione i propri “muscoli dell’apprendimento”.

EduGamers for kids ha incontrato Nonna46 che con le nuove tecnologie si “allena” da qualche tempo, le usa per ricercare informazioni, comunicare e scambiare opinioni, partecipare a conferenze con le persone dell’associazione di cui fa parte. Come molti nonn*, ha un nipotino appassionato di videogiochi, di Minecraft in particolare, motivo per cui ha contattato EduGamers for kids: voleva capirne qualcosa di più.

Questo “qualcosa” è stato contenitore di molte domande, curiosità, perplessità e riflessioni, ma è possibile evidenziare tre punti che hanno caratterizzato i nostri incontri online.

1. La domanda con la D maiuscola: come possono i videogiochi essere utili alla vita vera?

Pur comprendendo l’innegabile valore che il gioco “tradizionale” riveste per bambin* e ragazz*, spesso risulta complicato intuire che, esattamente come il gioco tradizionale, il videogioco consente a chi lo utilizza di fare esperienza di sé e del mondo.

L’opportunità offerta dal videogioco si può riassumere con il concetto di apprendimento attivo e critico: l’esperienza diretta e la ripetizione, modalità tipiche di questo medium, insegnano a vedere e agire sul mondo in modo nuovo, a produrre connessioni e riflessioni estendibili alla vita reale. [1]

Per comprendere la portata di un gioco come Minecraft, si pensi che il proprio avatar è chiamato a esplorare terre lontane, crearsi un riparo, procurarsi il cibo, combattere i mostri, combinare oggetti in maniera creativa. Assieme al nostro avatar siamo immersi in un mondo di fantasia nel quale decidiamo come far agire il personaggio sulla base dei nostri valori, sentimenti e motivazioni. Sono le nostre emozioni a essere in gioco e, in questo mondo di finzione, possiamo esplorarle in modo sicuro e imparare a gestirle: un’abilità fondamentale dall’infanzia all’età adulta. Si scoprono così nuove parti di sé e nuovi modi di stare nel mondo, si modella costantemente la propria identità, ci si prepara a diventare adulti.

2. Governare il cambiamento

La narrazione contemporanea spesso propone una divisione netta tra chi è nativo digitale e chi non lo è. Sembra che la spaccatura tra le generazioni sia insanabile: milioni di persone destinate a convivere senza incontrarsi né capirsi mai. Invece non è così: è ancora una volta una questione di allenamento.

Certamente si può rimanere spiazzati davanti all’abilità tecnologica dei cosiddetti nativi digitali, ma questo non significa che si debba allora rimanerne completamente esclusi. Governare il cambiamento è possibile e auspicabile. Non è necessario essere degli esperti del settore per poter godere dei benefici del digitale.

Servono però due ingredienti fondamentali affinché l’esperienza non si tramuti in qualcosa di molto frustrante: autentica curiosità e affiancamento da parte di una persona più esperta.

Apprendere è un fatto sociale, in aggiunta al fare esperienza e alla ripetizione, si apprende per imitazione: si osserva e si riproduce quanto fatto da chi è più esperto, si domanda ciò che non si è capito, si riprova correggendo il tiro fin quando si “governa” lo strumento o, quantomeno, lo si comprende.

Chi meglio dei ragazzi, così esperti nell’ambito del gaming, può rivestire il ruolo di abile insegnante? Nell’incontro, i nonni apprenderanno un linguaggio nuovo e molto specifico e comprenderanno più a fondo il mondo dei propri nipoti, mentre i ragazzi si sentiranno competenti e incoraggiati a condividere qualcosa di sé che viene preso sul serio, potendo così avvertire una maggiore autostima e quindi un maggior benessere socioemotivo. [2]

Assieme a Nonna46 abbiamo cercato di immaginare quali contenuti esplorare assieme al nipotino gamer per stimolare la condivisione e la comprensione dei suoi interessi e del suo modo di vedere il mondo, il vero obiettivo dei nostri incontri. Approfondendo la conoscenza del gioco, abbiamo preparato uno “zainetto” di strumenti utili a ridurre la distanza.

3. Capire quello che i ragazzi non dicono

Pur desiderando avvicinarsi ai propri nipoti e ai loro interessi, può essere complicato riuscire a comprendere quanto dicono, ci si può sentire un po’ confusi!

Ecco un piccolo esempio tratto dalla vita vera: “Sono spawnato vicino a un mob, devo craftare una spada!”. Traduzione: “Il gioco ha fatto apparire il mio personaggio vicino a una creatura ostile, devo costruire una spada!”.

Con Nonna46 abbiamo fatto delle vere lezioni di gergo di gioco. I videogiochi, infatti, hanno un loro glossario specifico e spesso questo viene esteso anche alla vita vera, perciò non è raro sentire i propri nipoti utilizzare termini “bizzarri” anche nel parlare quotidiano.

La difficoltà, tuttavia, non sta solo nel tradurre un linguaggio specifico, bensì nel trovare una mediazione tra due mondi che spesso vengono pensati come inconciliabili.

Soprattutto a questo si è dedicato l’intervento di EduGamers for kids, al mettere parole dove a volte è difficile trovarne, magari perché manca proprio l’alfabeto per parlare una determinata lingua oppure perché si è nati parlando un certo linguaggio e si dà per scontato che lo parlino tutti.

Nonna46, che è un’ottima ricercatrice di informazioni sia fuori che dentro il web, sosteneva che nessuno fornisce indicazioni, ad esempio, su quali tasti vadano premuti per muovere il personaggio o che nessuno spiega come tenere le dita sulla tastiera e sul mouse per poter giocare in maniera agevole; questo viene semplicemente dato per scontato.

Con le parole e soprattutto giocando assieme in affiancamento, abbiamo scandagliato Minecraft. Nonna46 ha craftato risorse e costruito muri e oggetti, ricavandone una soddisfazione e una comprensione del gioco e di quanto qui accade che è del tutto diversa dal solo sentirne parlare, in quanto è conoscenza esperienziale e lascia una profonda traccia emotiva, cognitiva e comportamentale. Questo ha certamente condotto a confrontarsi anche con i propri limiti e a misurarsi con una certa dose di frustrazione ma, come detto all’inizio, è soprattutto una questione di allenamento!

[1] Gee J.P. (2013), Come un videogioco: Insegnare e apprendere nella scuola digitale, Raffaello Cortina, Milano

[2] Shapiro J. (2019), Il metodo per crescere i bambini in un mondo digitale, Newton Compton, Roma