• Sonia Bertinat

Il panico morale per la tecnologia

Come arginare il "panico morale" quando affrontiamo il rapporto con la tecnologia? Quali sono le ragioni principali di questa paura? Qual è l'approccio migliore per fronteggiarla?

Nell'articolo Pericolo? No, a volte è solo panico morale abbiamo spiegato in che cosa consiste il panico morale. Ma come possiamo arginarlo quando affrontiamo il rapporto tra tecnologia e problematiche ad essa apparentemente connesse?

La paura di fondo è quella di non poter avere il controllo su qualcosa che non si conosce. Questo è dato dal forte gap generazionale che caratterizza la relazione tra genitori e figli. Di questa paura si fanno carico giornalisti, politici, ricercatori che le danno una forma concreta, che, in qualche modo, la giustifica.

Il passo successivo è quello di fornire soluzioni al ventaglio di timori, soluzioni che possono arrivare fino a proporre la definizione di nuovi disturbi come l’Internet Addiction Disorder o il Gaming Disorder.

Se sull’Internet Addiction Disorder, gli scarsi apporti scientifici non hanno portato all'inserimento nei manuali diagnostici come vera e propria patologia, il Gaming Disorder, invece, è stato introdotto nell'ICD-11 dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, seppure con molte forzature e, dunque, altrettante perplessità da parte della comunità scientifica.


danah boyd[1] nel suo testo scrive che il panico morale porta a pensare che

“le tecnologie sono dotate di poteri intrinseci che influenzano tutte le persone in tutte le situazioni nello stesso modo.”

Ma ciò non è vero.

Nell'Internet Addiction Disorder, ad esempio, sono talmente tante e diversificate le attività che si possono svolgere in rete che è impossibile omologarle tutte. Sono uguali, ad esempio, due persone che fruiscono rispettivamente del gambling (gioco d’azzardo) online o dei social network in modo compulsivo? È palese, infatti, come i bisogni che vanno a soddisfare siano completamente diversi.

Lo stesso vale per il Gaming Disorder. Chiunque parli con i ragazzi si potrà rendere conto di come il gioco assuma per ognuno di loro un significato diverso.


Che qualcuno perda il controllo del proprio tempo su Internet non fa di Internet il colpevole. Una patologia per essere dichiarata tale deve avere delle caratteristiche che in buona parte si possano trovare in tutte le persone che, in questo caso, manifestano un comportamento non controllato del web.

E queste caratteristiche sono, a volte sì, presenti nel comportamento (come identifica il test per l'Internet Addiction Disorder, ad esempio) ma sono caratteristiche che poco hanno a che fare con lo strumento.

Con ciò non si vuole dire che non bisogna farsi carico del disagio di un adolescente che passa troppo tempo sul web o giocando ma che dobbiamo cambiare prospettiva: smettere di puntare il dito contro lo strumento e farsi carico del disagio del ragazzo, aiutarlo a capire da dove nasce, proprio per permettergli di recuperare un sano rapporto con la rete.

Per la maggior parte dei ragazzi infatti la rete non è altro che un modo per mantenersi in relazione coi propri pari in modo non molto diverso da come possono fare a scuola.

"Il nostro compito, sia da professionisti sia da genitori, è quello di aiutarli a gestire al meglio la loro presenza nel mondo digitale." [2]

Finiamo con una considerazione di danah boyd che ci pare riassuma in modo chiaro il possibile meccanismo che genera la paura della tecnologia e dei suoi effetti.

“Troppo spesso è più facile concentrarsi sulla tecnologia piuttosto che sulle questioni di un sistema più ampio, perché i cambiamenti tecnici sono più facili da vedere. La nostalgia s’intrufola nel percorso per capire la relazione fra adolescenti e tecnologia.” [3]

[1] [3] boyd, d., It’s complicated: La vita sociale degli adolescenti del web, Castelvecchi, 2014

[2] Shapiro, J., Il metodo per crescere i bambini in un mondo digitale, Newton Compton, 2019